Un’intervista con Jason Birch. Yoga, tra ricerca accademica e pratica | An interview with Jason Birch. Yoga, between Academic research and practice

E’ un piacere e un onore condividere con voi l’intervista di Jason Birch per Impossible Yoga. Jason Birch, sanscritista presso la Oxford University, studia e pratica yoga dal 1996. Ha dedicato i suoi studi accademici al sanscrito, con particolare interesse per i testi medievali indiani sullo yoga di tradizione Haṭha e Rājayoga. Insieme a Jacqueline Hargreaves, fondatrice e chief editor di The Luminescent, danno vita ad una prezioso sito sulla cultura yogica.

It’s a pleasure and a honor to share with you the interview with Jason Birch for Impossible Yoga. Jason Birch completed a Doctorate of Philosophy in Oriental Studies (Sanskrit) at Oxford University. He has been dedicated to the study of Sanskrit and the practice of yoga since 1996. As a scholar of yoga, his special interest is in the medieval yoga traditions of India, particularly those known as Haṭha and the Rājayoga. Together with Jacqueline Hargreaves, founder and chief editor of The Luminescent, they created a precious website about yogic culture.

(english version below)

La ricerca accademica sullo yoga e la pratica yoga. In che modo la tua ricerca teorica influenza la tua pratica e viceversa, come la pratica influenza il tuo approccio ai testi?

Per iniziare direi che cerco di tenere la mia pratica yoga separata dalla mia ricerca accademica sullo yoga. Pratico yoga per stare bene, e tendo ad usarlo per contenere la sedentarieta’ e lo sforzo mentale della ricerca accademica. Non penso particolarmente al mio lavoro teorico quando pratico, e viceversa, quando lavoro alle mie ricerche non penso alla pratica yoga. In effetti mi approccio ai testi sanscriti premoderni in forma di ricercatore in filologia e storia.

Lo yoga medievale in India era assai differente dal modo in cui intendiamo quello contemporaneo, sarebbe dunque storicamente disfunzionale cercare di comprendere un testo premoderno sullo yoga sovrapponendoci idee contemporanee o la propria esperienza nella pratica e nelle tecniche odierne. E’ inevitabile dunque che io mi stia dedicando alla comprensione e allo studio dei testi come lo farebbe un autore o un commentatore.

Nonostante questo sono sempre interessato ad ascoltare il punto di vista di maestri e di insegnanti di yoga che interpretano i testi medievali in relazione alla loro esperienza e ai bisogni dei loro studenti; e’ proprio cosi’ che la tradizione yogica si adatta costantemente ai nuovi contesti sociali e culturali. Lo yoga ha sempre preso forma nell’interazione tra gli insegnamenti antichi e quelli nuovi. Essere testimoni della storia avviene anche ponendosi in ascolto di un praticante contemporaneo che parla del significato, dal suo stesso punto di vista, di un testo medievale sullo yoga.

Sebbene la mia pratica e la mia ricerca accademica siano separate in vari modi, e’ anche vero che la mia pratica inspira la mia ricerca e viceversa. Alcune domande alle quali provo a rispondere nei miei studi, in particolare nel blog di cui sono co-autore insieme a Jacqueline Hargreaves, The Luminescent (http://theluminescent.blogspot.it/), sono domande che la maggior parte di praticanti si pongono, ad esempio il desiderio di sapere quali siano le tracce piu’ antiche di alcune pratiche particolari, il significato di alcuni termini tecnici, il punto di vista della cultura medievale su alcune questioni che sono tuttora controverse nella contemporaneita’, e via dicendo.

Sicuramente anch’io ho tratto un considerevole beneficio praticando yoga e forse, come risultato di questo, sono fermamente convinto che lo yoga possa essere una buona pratica per l’umanita’. E’ questa convinzione a sostenere la mia volonta’ di produrre ricerca accademica sulla lunga e interessante storia dello yoga e per arricchire la cultura contemporanea intorno ad esso. Ci sono svariati motivi convincenti nel mondo accademico per continuare sostenere borse di studio sullo yoga, come ad esempio l’importanza dello yoga nelle religioni indiane, e in generale il suo radicamento nella storia e societa’. Ecco, direi che di certo non mancano buoni motivi per continuare a studiarlo a livello accademico.

Aggiungerei inoltre che il mio studio sui testi yogici ha influenzato la mia pratica, in particolare per quanto riguarda prāṇāyāma e meditazione, che sono le tecniche sulle quali maggiormente i testi premoderni si concentrano. Ad esempio, e’ attraverso la lettura dei testi che ho compreso l’importanza dell’utilizzo dei bandha durante i prāṇāyāma, e nello specifico di uḍḍīyaṇabandha durante l’espirazione. La conoscenza dei testi mi ha inoltre dato l’abilita’ di valutare le affermazioni di maestri e insegnanti, specialmente quando si tratta di valutare la validita’ storica del loro stesso insegnamento. La mia pratica yoga consiste di tecniche che seguo per motivi del tutto personali. In altre parole, non seguo un particolare sistema o tradizione. Continuo pero’ a trarre beneficio dai consigli di mia moglie, che e’ un’insegnante di yoga, e dai miei studi sui testi medievali.

 

Una domanda che ritengo personalmente importante, in relazione al mio altro lavoro nel mondo delle pratiche artistiche e visive, ha a che fare con la spettacolarizzazione dello yoga. E’ piuttosto comune che le nuove generazioni di insegnanti siano abituate a diffondere la propria pratica utilizzando internet, video tutorial su youtube, instagram, e social network. Contemporaneamente e’ piuttosto comune che altre generazioni di insegnanti diano un certo discredito a questa massiva visibilita’ della pratica. La storia dello yoga puo’ in qualche modo ribilanciare questa tensione?

In altre parole: la spettacolarizzazione dello yoga (intesa come “processo di produzione di una rappresentazione in forma di spettacolo”) e’ un fenomeno esclusivamente contemporaneo?

Non mi viene in mente alcuna testimonianza che suggerisca che lo yoga fosse performato pubblicamente in epoca premoderna, ma non mi sorprenderebbe se questo fosse accaduto. Sospetto pero’ che chi ha scritto i testi sanscriti di yoga, che tuttora possiamo leggere, avrebbe avuto una scarsa opinione di una performance pubblica di yoga.

La Dattātreyayogaśāstra incarna in qualche modo una certa visione conservatrice di alcuni testi. Suggerisce allo yogin di preservare il segreto di ogni Siddhi, altrimenti gli studenti chiederebbero costantemente favori, rischiando così di sopraffare l’insegnante con problemi altrui e sottraendogli il prezioso tempo per la pratica. Il finale di questa parte di testo conclude affermando che senza pratica uno yogin diviene un essere mondano, di nuovo. Tra i testi yogici, e’ forse quello che piu’ si avvicina al sostenere che colui che si ritiene uno yogin esperto potrebbe perdere la grazia conquistata, per cosi’ dire.

So bene che gli insegnanti di yoga di oggi spesso lottano per bilanciare la richiesta di insegnamento alla loro pratica personale quotidiana e ho il sospetto che piu’ un insegnante diventi popolare, piu’ e’ arduo che possa dedicare tempo alla sua stessa pratica.

Suppongo valga la pena di aggiungere un’altra cosa sulla spettacolarizzazione dello yoga, come hai detto tu, ed e’ che abbiamo pochissimi manoscritti illustrati sullo yoga. I piu’ prestigiosi erano commissionati dalle famiglie reali, perche’ avevano le risorse economiche per farli illustrare dagli artisti. Uno di questi, ad esempio, e’ il Śrītattvanidhi, che fu commissionato da Kṛṣṇarāja Woḍeyara III di Mysore nella prima meta’ del XIX secolo, testimonianza che il Mahārāja avesse, in quel periodo storico, un forte interesse per lo yoga in forma di āsana. Gli āsana devono essere stati praticati di fronte agli artisti affinche’ questi ultimi potessero raffigurarli. Sappiamo dunque che gli artisti avevano all’epoca maggiori informazioni su queste posizioni rispetto alle descrizioni testuali. Quindi per certo, a quel tempo, qualcuno le stava praticando. Tuttavia i manoscritti illustrati sullo yoga non erano la norma. Anche le rappresentazioni scultoree dei templi sono relativamente scarse per quanto riguarda gli āsanas. Nella maggior parte dei casi si tratta di un asceta o di uno yogin rappresentato nella posizione seduta a gambe incrociate. Sempre piu’, comunque, stiamo scoprendo iconografie legate alle posizioni non sedute. Alcune immagini sono state pupplicate nel sito di The Hatha Yoga Project (http://hyp.soas.ac.uk/). Seth Powell, un dottorando della Harvard University, pubblichera’ un eccellente articolo a riguardo alla fine dell’anno in un peer-reviewed Journal.

Forse dunque, per rispondere alla tua domanda finale, direi di si’: la spettacolarizzazione dello yoga e’ un fenomeno maggiormente contemporaneo, ma non esclusivamente occidentale. Probabilmente ha preso inizio nel XIX secolo con i grandi cambiamenti della diffusione dell’informazione in India, con l’introduzione della carta stampata, con l’avvento della fotografia e via dicendo. Manuali illustrati sulllo yoga iniziano ad apparire verso la fine del XIX secolo. Recentemente, presso l’Oriental Research Library di Mysore, ho avuto modo di visionare un libro illustrato sugli 84 asana, scritto da Brahmacārī Śrīnṛsiṃhaśarmā, pubblicato per la prima volta nel 1899. Gudrun Bühnemann parla di questo e di altre pubblicazioni simili nel suo libro sugli 84 asana. Anche Mark Singleton, in “Yoga Body”, narra dell’importanza degli Yogasopāna (pubblicato nel 1905), un manuale illustrato sullo yoga. La comparsa di libri di questo genere dimostra quanto flessibile sia la societa’ indiana di fronte ai cambiamenti tecnologici.

James Mallinson and Daniela Bevilacqua, l’etnografa di The Haṭha Yoga Project, hanno notato che gli asceti al Kumbh Melā stanno diventando sempre piu’ disposti a dimostrare in pubblico le loro pratiche. Da quando molti Sādhu sono connessi a internet attraverso gli smartphone, sanno che lo yoga in forma di asana e’ sempre piu’ popolare in giro per il mondo. Tendono a considerare gli asana come una pratica preliminare e forse non si rendono conto di quanto stanno dando dimostrandole pubblicamente. Considerando che gran parte della pratica e’ un’esperienza introspettiva, c’e’ da chiedersi quanto di questo resti in una dimostrazione o in una fotografia. Tuttavia, la strategia di dimostrare le posizioni per attirare studenti e promuovere la pratica e’ stata adottata anche da considerevoli maestri indiani del XX secolo, come ad esempio Kṛṣṇamācārya, BKS Iyengar, etc. Anche personalita’ dello yoga come Dhirendra Brahmacari, non ha esitato ad utilizzare film per promuovere le loro pratiche.

Direi infine che la spettacolarizzazione dello yoga e’ stato un fenomeno dello yoga moderno ancora prima dell’avvento della sua gloablizzazione.

 

La manipolazione storica e la mutazione storica. Ad esempio, potresti raccontarci qualcosa sulla storia della parola “ vinyāsa “?

Non ho molto da aggiungere oltre a quello che ho scritto su ” vinyāsa ” nel nostro blog, http://theluminescent.blogspot.it/2016/07/vinyasa-medieval-and-modern-meanings.html.

Basandosi sulle fonti disponibili, sembra che Kṛṣṇamācārya abbia coniato il termine per una particolare tecnica divenuta caratteristica di un sistema yogico sviluppato da lui stesso al Palazzo di Mysore. Mi risulta comunque tuttora non chiaro in che modo abbia dato forma a questa tecnica partendo dagli insegnamenti ricevuti dai suoi maestri, ma per certo la tecnica del vinyasa yoga l’ha sviluppata nell’arco della sua stessa vita.

Il post in The Luminescent cita a riguardo materiale raccolto in “Roots of Yoga” di James Mallinson e Mark Singleton. Dai tempi di quel post ad oggi ancora non ho trovato testimonianze in testi yogici medievali sull’utilizzo del termine che ne fa invece Kṛṣṇamācārya. Se un giorno venisse scoperta sarebbe per me entusiasmante, ma non cambierebbe la percezione della storia dello yoga come alcune persone potrebbero aspettarsi. Ci si dovrebbe comunque porre nella condizione di chiedersi come un tale testo, con relativa influenza sullo Haṭha e sul Rājayoga, possa avere una plausibile connessione con il suo uso contemporaneo.

 

C’e’ un dibattito molto acceso su quanti āsana ci fossero nel passato, quali siano i piu’ antichi, sulla moltiplicazione di āsana contemporanei. Stai lavorando molto su questo, ad esempio nel tuo “Unpublished Manuscript Evidence for the practice of Numerous Asanas in the 17th and 18th Century” (https://www.academia.edu/4569479/UNPUBLISHED_MANUSCRIPT_EVIDENCE_FOR_THE_PRACTICE_OF_NUMEROUS_ASANAS_in_the_17th-18th_Centuries).

Per favore, potresti condividere con noi il tuo punto di vista sulla storia degli āsana?

In breve direi che sembra che la maggior parte degli asana complessi non seduti sia stato incorporato nello Haṭhayoga dopo la sua sistematizzazione nel testo Haṭhapradīpikā (XV secolo). Molti di questi asana, che richiedono grande forza e flessibilita’, precedono probabilmente il 1400, e sono stati parte di pratiche di tradizione ascetica e marziale.

E’ comunque durante gli albori dello Haṭhayoga (XI-X secolo) che si diffuse l’idea che bastassero pochi di questi āsana per il successo nella pratica. L’accettazione di un sistema costituito da 84 asana nell’ambito dello Haṭhayoga sembra essere stato uno sviluppo piu’ tardo. Non vi e’ tuttavia traccia letteraria di una diffusione ampia di un’effettiva serie costituita da 84 asana. Vi sono inoltre significative differenze nella descrizione degli asana non seduti riportati in un testo o in un altro, in particolare nella letteratura successiva al XVI secolo.

Se si raccogliessero gli asana premoderni sarebbero centinaia, forse anche di piu’, e se si incrociassero i dati forniti dai manoscritti, si troverebbero probabilmente antecedenti della maggior parte di posizioni, sia a terra che invertite, utilizzate nei sistemi di yoga indiano moderno. Sembrerebbe che le posizioni non sedute fossero inizialmente utilizzate nello Haṭhayoga medievale per curare le malattie, per superare la fatica e via dicendo. Credo comunque che permettessero di acquisire piu’ rapidamente una postura seduta e stabile, essenziale per il raggiungimento del Rājayoga (ovvero del samādhi), obiettivo infine dello Haṭhayoga.

 

Negli ultimi decenni c’e’ stato un crescente interesse negli studi accademici sullo yoga nelle universita’ occidentali. Vuoi raccontarci qualcosa sugli studi contemporanei accademici indiani sullo yoga? Puoi suggerirci il nome di qualche ricercatore o professore indiano?

Negli ultimi 50 anni il lavoro accademico piu’ importante su testi di Haṭhayoga e’ stato fatto presso il Kaivalyadhama Yoga Institute. In particolare il Dr. M.L. Gharote ha raccolto un gran numero di manoscritti sullo yoga che erano sconosciuti fino a quel momento; molti di questi li ha poi pubblicati in edizione critica. E’ anche co-autore di un catalogo di manoscritti sanscriti sullo yoga, che solitamente uso per i miei stessi studi. Sfortunatamente sono riuscito ad incontrarlo solo una volta prima che se ne andasse nel 2005, ma fortunatamente l’organizzazione Lonavla Yoga Institute, che creo’ dopo aver lasciato il Kaivalyadhama negli anni ’90, continua i suoi studi ancora oggi ed e’ guidata da suo figlio.

In India c’e’ molto interesse nell’insegnamento accademico sullo yoga e molte universita’ hanno organizzato corsi sui suoi testi e sulla sua storia. Nonostante questo sono pochi i ricercatori indiani specializzati in sanscrito ad avere passione per la letteratura Haṭha e Rājayoga, forse perche’ il registro linguistico e’ piuttosto basso e il contenuto in qualche modo banale. Credo si possa paragonare all’esitazione di un ricercatore in lingua inglese di fronte ad un romanzo di Mills o Boon, dopo le gioie provate nello studio di Shakespeare. A meno che questo non abbia un motivo particolare per addentrarsi in quel genere come fenomeno di qualche tipo. La situazione e’ simile in occidente ed e’ avvenuto solo recentemente che alcuni ricercatori abbiano manifestato interesse nello specializzarsi in letteratura medievale sullo yoga. E ancora dobbiamo capire con chiarezza quale sara’ il futuro accademico di questi studiosi.

 

~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~  ENGLISH VERSION  ~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

 

Academic research about yoga and yoga practice.  How your theoretical research influence your practice and how your practice influence your approach on text? 

I suppose I should say at the outset that I try to keep my practice of yoga separate from my academic research on yoga. I practise yoga for my health and wellbeing, so I tend to use it to counter the sedentary lifestyle and mental exertion of research. Thus, I do not think too much about my research while I’m practising yoga. Also, when I’m am working on research, I don’t think too much about my practice of yoga. In fact, I try to approach a premodern Sanskrit yoga text as a scholar trained in philology and history. Medieval India and its yoga were very different to our world and our understanding of yoga, so it’s unhelpful from a historical point of view to try to understand a premodern work on yoga by reading modern ideas into it or one’s own experience of its techniques. Invariably, I’m trying to understand the text as the writer or commentator intended.

Nonetheless, I am always interested to hear the views of gurus and yoga teachers who interpret medieval yoga texts according to their experiences and the needs of their students, because this is how yoga traditions adapt to new social and cultural conditions. Yoga has always been shaped by an interaction between new and old teachings. One could be witnessing history in the making when listening to a yoga practitioner talk about the meaning of a medieval yoga text from their own point of view.

Although my practice of yoga and scholarship are separate pursuits in many ways, it is also true that my practice of yoga inspires my scholarship and vice versa. Some of the questions I try to answer in my scholarship, particularly on a blog that I co-author with Jacqueline Hargreaves, The Luminescent (http://theluminescent.blogspot.it/) are questions that most practitioners would have, such as wanting to know the earliest evidence for particular techniques, the meaning of technical terms, the medieval view on issues that are contentious in modern yoga and so on. Also, I’ve gained considerable benefit from practising yoga and, perhaps as a result of this, I have a strong belief that yoga can benefit humanity. This spurs my scholarship on because knowledge of its long and interesting history can enrich the modern culture surrounding it. There are additional compelling reasons in academia to produce scholarship on yoga, such as the importance of yoga in India’s religions, history and society at large. So, I have never lacked motivation to continue doing scholarship on yoga.

I can also say that my study of yoga texts has influenced my yoga practice, particularly in regard to prāṇāyāma and meditation, which are the techniques that premodern yoga texts tend to focus on. For example, it’s through my reading of the texts that I’ve come to understand the importance of applying the bandhas during prāṇāyāma, particularly uḍḍīyaṇabandha on the exhalation. A knowledge of the texts has also given me the ability to assess the claims made by various gurus and teachers, particularly when it comes to their tradition’s perspective on yoga and the antiquity of what they teach. My personal practice consists of techniques which I practice for my own reasons. In other words, I do not follow a particular system or tradition. And I continue to benefit from the advice of my wife, who’s a yoga teacher, and my study of medieval yoga texts.

 

A question that I feel personally important, in relation to my other work in visual and artistic practices: the yoga spectacularization: it is quite common that young generations of yoga teachers are used to spreading their teaching using internet, youtube tutorials, Instagram, social network platforms, etc etc. At the same time It is quite common that other generations of yoga teachers has a sort of discredit on this massive visibility of yoga practices. In some way, could the history of Yoga help us to rebalance this tension? In other word: the spectacularization of Yoga (intending it in the sense of “the process of producing a representation in the form of a spectacle”) is just a contemporary phenomenon?

I can’t think of any evidence that would suggest that yoga was performed publicly in premodern times, but it wouldn’t surprise me if it did happen. I suspect those who wrote the Sanskrit yoga texts we have today would have taken a dim view of a public performance. The Dattātreyayogaśāstra encapsulates the somewhat conservative view of the texts. It advises the yogin to keep any Siddhis a secret, otherwise students will constantly ask for favours, thus resulting in the teacher becoming overwhelmed with other people’s problems and no longer having the time to practice yoga. It concludes this section by saying that without practice, the yogin becomes worldly again, which is perhaps the closest a yoga text comes to saying that an accomplished yogin might fall from grace, so to speak. I know that today’s yoga teachers often struggle to balance the demands of their teaching with maintaining a daily practice and I suspect that the more popular a teacher becomes, the harder it is to devote time to one’s own practice.

I suppose another comment worth making on yoga spectacularization, as you put it, is that we have very few illustrated yoga manuscripts. In fact, the most notable ones were created by royal patrons, because they had the resources to call on artists. One such text, called the Śrītattvanidhi, which was commissioned by Kṛṣṇarāja Woḍeyara III of Mysore in the early or mid 19th century, indicates that this Mahārāja had an interest in yogāsanas at that time. The postures would have been performed for the artists. In fact, we know that artists had more information about these postures than the textual descriptions provide. So, someone at the time was practising them. However, illustrated yoga manuscripts were certainly not the norm.

Also, the temple iconography of yogins performing complex āsanas is relatively scarce. In most cases, an ascetic or yogin is depicted sitting in a cross-legged position. We are finding more iconography of non-seated postures. There are photos of some of this iconography on the Haṭha Yoga Project’s website. In fact, Seth Powell, a doctoral student at Harvard University, will be publishing an excellent article on this topic by the end of this year in a peer-reviewed Journal.

So, perhaps, I should answer your final question by saying yes, the spectacularization of yoga is mainly a contemporary phenomenon, but not necessarily only western. It probably began in the 19th century with changes to the way information was disseminated in India, with the introduction of the printing press, photography and so forth. Printed illustrated manuals on yoga began to appear towards the end of the 19th century. Recently, at the Oriental Research Library in Mysore, I viewed an illustrated book of eighty-four āsanas, written by Brahmacārī Śrīnṛsiṃhaśarmā, that was first published in 1899. Gudrun Bühnemann discusses this and similar publications in her book on eighty-four āsanas. Similarly, in “Yoga Body”, Mark Singleton discusses the importance of the Yogasopāna (published in 1905) as an illustrated yoga manual. The appearance of such books demonstrates how flexible Indian society can be when technology changes.

James Mallinson and Daniela Bevilacqua, the ethnographer of the Haṭha Yoga Project, have reported that ascetics are becoming more willing to demonstrate their yoga practices at the Kumbh Melā. Since many Sādhus are connected to the internet via smart phones, they know āsana-based yoga is popular throughout the world. They tend to view āsana as a preliminary practice and so, perhaps, they don’t think they are giving too much away by demonstrating it. Seeing that much of a yoga practice is an introspective experience, one wonders how much of it a visual demonstration or photo can convey. Nonetheless, the strategy of demonstrating yoga to attract students and promote its practice has been adopted by some prominent Indian gurus in the twentieth century, notably Kṛṣṇamācārya, BKS Iyengar, etc. Also, yoga personalities, such as Dhirendra Brahmacari, did not hesitate to make use of film as a means to promote themselves and their yoga. So, I would say that the spectacularization of yoga was a feature of modern Indian yoga before the advent of its globalisation.

 

Historical manipulation/mutation, for examble could you please tell us something about the story of the word “vinyasa”?

I don’t really have much to add to The Luminescent’s blogpost on vinyāsa.( http://theluminescent.blogspot.it/2016/07/vinyasa-medieval-and-modern-meanings.html)

On the available evidence, it seems that Kṛṣṇamācārya coined the term for a particular technique that became an important feature of a system of yoga he developed at the Mysore Palace. Whether he learnt this technique in some form from his guru remains uncertain in my mind, but he certainly developed his vinyāsa method over the course of his life.

The Luminescent’s post also quotes a valuable footnote on vinyāsa from James Mallinson and Mark Singleton’s ‘Roots of Yoga’. Since this post, I still have not found textual evidence for the occurrence of the term vinyāsa in medieval yoga texts as Kṛṣṇamācārya used it. If such a yoga text were found tomorrow, it would be an exciting discovery, but it may not change our understanding of the history of yoga as much as some people might expect. One would have to ask whether such a text was an eccentric work, which had little influence on Haṭha and Rājayoga and whether there’s a plausible connection to its modern usage.

 

There’s a hot debate about how many asanas there were in the past, which are more ancient than others, and contemporary asanas. You are working a lot on this, for example in your “Unpublished Manuscript Evidence for the practice of Numerous Asanas in the 17th and 18th Century” (https://www.academia.edu/4569479/UNPUBLISHED_MANUSCRIPT_EVIDENCE_FOR_THE_PRACTICE_OF_NUMEROUS_ASANAS_in_the_17th-18th_Centuries)

Please, could you briefly share with us your position about this debate?

In brief, it seems that most of the complex non-seated āsanas were incorporated into Haṭhayoga after the composition of the Haṭhapradīpikā (15th century). Many of these postures, which require great strength and flexibility, probably predate the fifteenth-century and may have been used in older ascetic and martial traditions. However, early Haṭhayoga (11th-15th century) promoted the idea that only a few āsanas were necessary for success in its practice. The acceptance of a set of eighty-four āsanas within Haṭhayoga appears to have been a later development. Nonetheless, the literature does not indicate that a standard set of eighty-four āsanas was ever adopted widely. There’s significant diversity in the non-seated āsanas from one text to another particularly after the 16th century. The aggregate number of premodern āsanas would be several hundred or even more and when these manuscript sources are combined, the assemblage of āsanas provides antecedents to most of the floor and inverted postures in modern systems of Indian yoga. It seems that the non-seated postures were primarily adopted by medieval Haṭhayoga to cure illnesses, overcome fatigue and so on. However, I think they also enable one to more quickly gain a comfortable and steady seated posture, that is essential for the attainment of Rājayoga (i.e., samādhi), which was the goal of Haṭhayoga .

 

In the last decades there’s a growing interest in Academic studies about yoga in Western Universities. What about contemporary Indian Academic studies about yoga? Could you suggest to us some names of Indian  researchers/professors working on yoga studies?

In the last fifty years, the most important academic work on Haṭhayoga texts has been done by the Kaivalyadhama Yoga Institute. In particular, Dr. M. L. Gharote collected a large number of manuscripts of yoga works that were unknown at the time and he published many of them as critical editions. He also co-wrote a catalogue of manuscripts of Sanskrit yoga texts, which I use most days. Unfortunately, I only meet with him once as he passed away in 2005, but the organisation called the Lonavla Yoga Institute, which he created after he left Kaivalyadhama in the 1990s, continues on under the guidance of his son.

There’s an interest in academic teaching on yoga in India, with various universities establishing courses on its texts and history. However, few Indian scholars who specialise in Sanskrit seem to take a strong interest in the literature of Haṭha and Rājayoga, perhaps, because the register of Sanskrit is quite low and the content quite banal. The situation is somewhat similar to the hesitation a scholar of the English language might have over studying Mills and Boon novels. After the joys of Shakespeare, why would one bother with Mills and Boon unless one had a particular interest in the genre as a phenomenon of some sort? The situation is similar in the West and it’s only been relatively recently that a few scholars have been willing to specialise in medieval yoga traditions. We are yet to know whether these scholars will succeed in making an academic career out of it.

 

A special thanks to Jason Birch, Jacqueline Hargreaves (founder and chief editor of The Luminescent) and to http://theluminescent.blogspot.it/.