Ida, Pingala, gender studies e un esercizio del respiro

Forse il lavoro piu’ arduo in un praticante, oltre a cercare la spontaneita’ e la presenza nella sua pratica personale, e’ comprendere quanto degli insegnamenti del passato vi sia nel presente, quanto il presente abbia rimodellato le tradizioni, quanto vaste e contradditorie fossero anche nell’antichita’ diverse correnti yogiche e tantriche, quanto il sociale, le norme, i poteri, la cultura plasmino e modifichino le nozioni di genere e i saperi intorno alla sessualita’, e allo yoga.

Pensare al maschile e al femminile nella ritualita’ tantrica del IX secolo, al maschile e al femminile nell’India del 1200, al maschile e al femminile nella California del 1970, al maschile e al femminile in Italia nel 2018, non e’ pensare alla stessa cosa, in termini sociali, culturali, legali, anatomici, senza negare pero’ la presenza di un minimo fil rouge.

E’ importante dunque, in ogni insegnamento, dato o ricevuto, nel momento in cui questo si relaziona alle dinamiche corporee intime di elementi e dinamiche che siamo soliti chiamare femminili o maschili, essere consapevoli a quale apparato di sapere teorico o pratico stiamo facendo riferimento.

Quando parliamo di Ida e Pingala, di cosa stiamo parlando? Quando parliamo di equilibrare entrambi cosa intende un insegnante? Cosa diviene un praticante quando, attraverso pranayama e asana, si e’ posto in relazione a Ida e Pingala, in cerca di conoscenza dei meccanismi del corpo, convergendo il prana nell’asse mediano, Sushumna? Cosa ne e’ del suo essere maschio, femmina, intersex, delle sue scelte, dei suoi gusti, dei suoi moti? Quanto di sociale, di culturale, di attribuzione di valore al genere riversiamo nell’insegnamento e nella pratica?

Un lavoro di allegerimento di genere, dei generi ai quali siamo convenzionalmente abituati e’ una buona pratica yogica, nella contemporaneita’ dei gender studies, nella complessita’ degli orientamenti sessuali, nelle scelte intime. E’ poi lo yoga una pratica in cui le divisioni si allentano, in cui le tensioni di forze opposte si pongono in relazione per dissolversi, per trasformarsi in altre forze a sostenenrci, a non farci vorticare, a portare quiete e stabilita’ in cio’ che riteniamo di essere? E l’ascolto del corpo e dei corpi altrui? Vari gli ottenimenti dei metodi.

Portare equilibrio in un corpo, qualsiasi esso sia, si suppone sia una mission condivisa da insegnanti antichi e moderni. Il farlo attraverso una binarieta’ sociale, sessuale, biologica, e’ correre il rischio di uniformare una complessita’ preziosa, che e’ poi quella umana. Meditare sulla relativita’ di concetti quali sessualita’, biologia, genere, Ida, Pingala, Prana, e’ supporto a una meditazione che puo’ farsi piu’ leggera, piu’ semplice e spontanea, creando quel poco di spazio, seppur piccolo, che e’ poi spazio di espressione.

E’ infine questa complessita’ forse senza genere e nome a richiedere ricerca di equilibrio, non necessariamente il maschile e il femminile, come li chiamiamo noi.

 Si narra dunque che nel corpo umano scorrano canali, canali che veicolano materie, fluidi, segnali da consegnare a organi bersaglio, sostanze da distribuire, elementi da eliminare, ormoni che modificano, messaggi che viaggiano fino a 120 metri al secondo. Si immette, si emette. Come quando si respira.

Si danno poi i nomi, di secolo in secolo, a discernere, per comprendere: vene, arterie, nervi, intestino, corde vocali, pneuma, prana, bile, flemma, colon, fasci muscolari, ossitocina, testosterone, cremastere, bronchi, trachea, e ancora, scivolando fino a dove la tecnologia puo’ guardare, il resto lo si inventa o immagina o intuisce. Una dinamica complessa che piu’ che chirurgica sembra barocca.

Alcune tradizioni testuali a precedere la sistematizzazione dello yoga narrano di nadi, a loro volta canali, che attraversano il corpo all’interno delle quali si dice scorra il prana, il soffio vitale, nominato gia’ nell’antico Rg Veda, 1500-1000 a.C., ma non solo, talvolta si nomina anche kundalini, per esempio. Cio’ che conducono varia di tradizione in tradizione, di secolo in secolo. Una moltitudine di narrazioni sul corpo, allora come oggi. Gli yoga, i corpi, i metodi, le tradizioni, le credenze, le tecniche, abbondiamo di pluralita’, di differenze, di contraddizioni.

Il Katha Upanisad, III secolo, riporta 101 canali che partono dal cuore, di cui uno fluisce verso la testa; nel Nisvasatattvasamhita, V-VI secolo, il modello e’ semplificato, vi e’ qui Susumna, il canale del Nord, e Ida, il canale del Sud, veicoli dei soffi ascendenti, corrispondenti con il giorno, e dei soffi discendenti, corrispondenti con la notte; e’ nel Vinasikhatantra, contemporaneo al precedente, che spunta il sistema che poi rimarra’ nella sistematizzazione medievale del corpo yogico, e arrivera’, con variazioni, fino ai giorni nostri: Sushumna, il piu’ importante canale centrale al corpo, affiancato da Ida e Pingala; e’ nel piu’ tardo Vasisthasamitha, XIII secolo, che si definisce la tradizione che maggiormente influenzera’ i saperi dello hatha yoga:

Nel corpo ci sono 32 ossa ad ogni lato della spina dorsale, e inoltre 72000 canali. Il respiro (vayu) e’ causa di attivita’ (prayana), per questo e’ chiamato prana. Il centro del corpo e’ il luogo del fuoco, che sembra oro fuso. Negli uomini e’ triangolare, nei quadrupedi e’ quadrato, negli uccelli e’ circolare…Se vuoi sentire dove si trova il centro del corpo, ascolta. La regione misura un dito in ampiezza nell’area mediana due dita al di sopra dell’ano e due dita al di sotto del pene, questo e’ chiamato il centro del corpo. C’e’ un bulbo in questo corpo nove dita dal centro del corpo…Sembra un uovo ed e’ circondato da pelle e ossa. Il suo centro e’ chiamato ombelico e da quello sorge una ruota (cakra)…Al di sopra di questo, e al di sotto dell’ombelico, vi e’ il luogo di Kundalini.…Susumna e’ fermamente fissata nel centro del bulbo, mio caro. Insieme alla colonna vertebrale, lei e’ anche permanentemente nella testa…Ida e Pingala sono alla sua sinistra e alla sua destra. La luna e il sole si muovono in Ida e Pingala….La luna si dice avere predominio sul principio tamas, e il sole su rajas.[1]

Anatomie cosmologiche dunque, sorte in lontani contesti culturali e sociali.

Non e’ solo nella cultura yogica in cui nei secoli si associa alla luna l’energia femminile, e al sole, l’energia maschile, ma sostanziose le differenze tra corrente e corrente. Nella testualita’ di matrice tantrica, ad esempio, in relazione alle emissioni o ai trattenimenti delle seminalita’, rajas e’ il seme rosso, caldo, corrisponde alla produzione mestruale, fluido vitale nella femmina, e bindu e’ il seme bianco, freddo, in relazione allo sperma, nel maschio. L’unione dei due, attraverso l’accentratura dei soffi, conduce, dicono, allo stato di yoga.

Dall’Amrtasiddhi, XI secolo:

Quando il sole e la luna si uniscono, esternamente si usa conoscerle come creazione, internamente come yoga.[2]

Sushumna e’ infine il canale centrale, diremo, facendo riferimento ad un’anatomia a noi piu’ nota, in corrispondenza dell’area della colonna vertebrale, del midollo, della zona mediana del corpo, quella in cui nella costruzione della stabilita’ di un corpo definiamo in termini di asse di equilibrio.[3]

 

Anuloma Viloma, la respirazione a narici alternate:

La pratica e’ consigliata a chi gia’ abbia esperienza consolidata di asana e pranayama, e praticato nel tempo in presenza di un insegnante; si consiglia inoltre la pratica di questo pranayama a seguito di una pratica di asana ben collaudata.

In posizione seduta, se possibile a gambe incrociate, sukhāsana o siddhāsana o padmāsana, stabilizzate il corpo al suolo, spingendo leggermente i glutei a terra.

Cercate l’allineamento della colonna vertebrale, l’addome disteso ma in leggero risucchio, le spalle ben aperte e rilassate verso il basso. Anche in questo caso date spazio alla cassa toracica. Il mento vicino al collo, gli occhi se possibile chiusi.

Appoggiate una mano al ginocchio, il palmo aperto e rivolto verso l’alto, e l’indice e il medio dell’altra mano in un punto tra le sopracciglia e il naso, in corrispondenza di ajñā cakra. Avvicinate il dito anulare a una narice e il pollice all’altra. Saranno queste due dita ad aprire e chiudere alternatamente la narice destra e la narice sinistra, premendo leggermente sulle cartilagini alari.

Dopo avere preso coscienza del ritmo del respiro, della sua regolarità, del suo suono, alla fine di un’espirazione chiudete la narice destra e inspirate solo dalla narice sinistra.

Conservate l’aria per qualche istante a polmoni pieni, finché risulta gradevole e non vi è alcuna pressione respiratoria.

Liberate quindi la narice destra, chiudete la narice sinistra ed espirate profondamente da quella destra.

Soffermatevi per una breve pausa a polmoni vuoti, senza alcuna tensione respiratoria, né a livello dell’addome, né delle spalle o del volto.

Inspirate quindi dalla narice destra, fate la pausa, liberate la narice sinistra, chiudete la destra ed espirate profondamente dalla narice sinistra.

Ripetete per alcuni cicli respiratori, aumentandone il numero a mano a mano che prendete confidenza con la pratica.

Terminate tornando un po’ alla volta a una respirazione naturale e spontanea, accogliendo gli effetti di anuloma viloma.

 

[1] Il passo e’ ripreso dalla traduzione inglese del Vasisthasamitha in Roots of Yoga, J. Mallinson e M. Singleton, Penguin Classics, pag. 193.
[2] Il passo e’ ripreso dalla traduzione inglese dell’Amrtasiddhi in Roots of Yoga, J. Mallinson e M. Singleton, Penguin Classics, pag. 219.
[3] Per le datazioni e i riferimenti testuali si e’ fatto qui riferimento agli studi di J. Mallinson, M. Singleton, J. Birch.