Intervista a Francesco Vignotto. Lo yoga che non c’è.

Ho fatto qualche domanda a Francesco Vignotto, tra i fondatori di Zénon, insegnante di yoga con un passato da docente universitario e un lavoro nell’ambito della comunicazione. Ad attirarmi è stata la diversità dei  suoi articoli sullo yoga. Onestà intellettuale in relazione alle tradizioni yogiche e uno sguardo attento su quanto di più attuale vi è nel fenomeno yogico, dalle strategie per comunicarlo alla sociologia, dai misunderstanding alla variabilità delle nozioni e delle pratiche. Vi è poi, quella sua sottile ironia, strumento saggio per scalzare maschere yogiche alle quali siamo talmente abituati da poterne fare a meno. Un ringraziamento dunque a Francesco per il suo contributo a Impossible Yoga.

Quello che mi ha colpito dei tuo articoli sullo yoga, frutto di una lunga esperienza da insegnante e credo di quello che sei al di là dei tuoi studi sullo yoga, è il forte carattere sociologico, la visual culture, l’analisi sui metodi comunicativi, uno sguardo lucido e ironico sulla vita estesa dello yoga e del fenomeno contemporaneo. Quali strumenti, oltre alle tue conoscenze sullo yoga, hai messo in campo?

Se c’è uno strumento che mi riesce difficile perdere, è il senso del ridicolo. Quando scrivo su qualcosa, mi immagino di non saperne assolutamente nulla, di non farne parte, gli occhi sgranati di un totale neofita di fronte alla prima apparizione.

Questo permette di lasciar emergere le fragilità di tanti argomenti in apparenza così solidi, di tanti discorsi che sono giustificati solo dal senso di appartenenza. E non di rado emerge anche l’aspetto umoristico, anche se nello yoga non sempre si apprezza l’ironia, perché si vive spesso nella paura che vengano messe in discussione le proprie esperienze positive.

Può darsi che questo approccio derivi dal mio lavoro passato con le parole, con l’argomentazione, ma trovo poca attrattiva nella pedanteria del debunking o nella caccia alle fallacie. Provo invece sincera attrazione per quei ‘non so’ che traforano le nostre certezze, per quei punti di fuga oltre i quali non si può più predicare di verità o menzogna.

Forse è anche perché Zénon è nato con l’intento di ripartire dallo zero assoluto, rimettendo in discussione dalle fondamenta ciò che credevamo di sapere, soprattutto l’idea che si debba chiedere il permesso a qualcuno per toccare certi argomenti.

Ma, in generale, credo che se troviamo delle similitudini tra lo yoga e quanto abbiamo fatto nella vita per lavoro o per hobby, ciò non abbia che una rilevanza aneddottica. Così credo anche nel mio caso: la mia impressione dello yoga è sempre meno dialettica.

Alcuni titoli dei tuoi articoli sullo yoga, “Il coraggio di distruggere”, “Tu non hai chakra”, “Ipocondria di uno yogi”, “Perche’ dovremmo bruciare i tappetini da yoga”, “Nello yoga non ci sono clienti. E l’allievo non ha sempre ragione”, “Meditare per non uscire dal mondo”. Quale il fil rouge?

Forse il titolo più traditore è appunto “Il coraggio di distruggere”, che per ironia della sorte è però del mio socio Marco Invernizzi.

Il filo rosso origina dal sentimento che lo yoga, se serve a qualcosa, è più per demolire che per edificare. Si trova al di sotto – più che al di sopra – dei costrutti mentali, ma anche questo è un punto di vista che non troverà tutti d’accordo.

Lo yoga forse non è niente, e ogni giorno occorre sentirsi in diritto di metterne in dubbio l’esistenza: a volte penso che questa parola avesse significati del tutto diversi ogni volta che è comparsa nella storia.

D’altro canto, oggi c’è una fiorente ricerca – e tu hai il merito di essere tra le poche ad averne parlato in Italia – che sta portando alla luce un certo numero di testi originali sullo yoga fino a ieri inediti, oltre a documentare sul campo forme ‘popolari’ di pratica presso asceti nell’India contemporanea. Quanto emerge ci invita a profonde riflessioni su molti dogmi che in realtà si rivelano costrutti arbitrari molto recenti.

Vedi il controverso ruolo della pratica posturale e i suoi legami non esclusivi con gli Yoga Sutra e in generale con l’ortodossia brahamanica, l’incontro/scontro tra corporeità simbolica tradizionale e il corpo dell’evidenza medica, l’idea stessa che lo yoga sia un monolite esente da evoluzione che si celebra oggi nelle palestre esattamente come migliaia di anni fa, come vorrebbero certe narrazioni ingenue.

Tutto questo ci invita a riflettere come quel che di reale si vive, volenti o nolenti, con lo yoga e forse con la vita intera, è spesso tale malgrado – e non grazie a – le convinzioni che vi sovrapponiamo, compresa ovviamente la convinzione di ‘fare’ qualcosa che si chiama yoga. Questo non significa naturalmente che non esistano diversi approcci possibili.

Il problema è quando tali convinzioni – e a volte questi ostacoli sono ingombri in carne ed ossa – diventano una cataratta, o peggio un sistema di cooptazione reciproca a modello piramidale.

Le regole e uscire dalle regole, disciplina e indisciplina, la tradizione e la trasgressione. In sintesi, qual è la relazione tra lo yoga e il controllo, o il perderlo?

Una delle tante false citazioni contenute nel ciclo di Dune affermava che molte discipline sono dannose perché concepite per limitare, non per liberare: insistere sui perché e sui come imprigiona in un universo di causa-effetto, nega l’infinito.

Eric Barét, che io ammiro molto, usa l’espressione poco lusinghiera di yoga fascista, riferendosi in modo più ampio allo yoga utilizzato con l’intento di correggere o riformare l’essere umano.

Credo che la fascinazione per la disciplina derivi in parte da certi tratti militareschi e punitivi tipici delle maggiori scuole che hanno diffuso lo yoga fuori dai confini indiani. È un imprinting da cui è difficile disintossicarsi, per questo parlare ingenuamente di disciplina nello yoga risulta spesso come proporre un brindisi durante una riunione dell’anonima alcolisti.

Sarebbe bello pensare che la disciplina serva almeno in principio, per rendere possibile la libertà dalla disciplina. Che sperimentare il controllo possa educare ad abbandonare qualsiasi forma di controllo.

Ma ho il timore che si tratti di una pia illusione, di un gioco al rimbalzo, come chi si mette a stecchetto per potersi abbuffare, o come quegli uomini d’affari tutti d’un pezzo che la sera perdono completamente la dignità al bar dell’hotel congressi.

Affami la bestia, sfami la bestia, metti a dieta la bestia e di nuovo da capo: se serve a qualcosa, è a chiederti se la vita sia tutta qui.

Ora, è facile anche per gli insegnanti indurre a questo gioco non proprio desiderabile, dato l’imprinting di cui sopra.

Ma per quanto possa valere la mia opinione, l’eccedere ha un posto nello yoga per la pura gioia di eccedere, è l’effervescenza di partire lasciandosi indietro tutto, ha poco a che fare con chi trasgredisce perché gode ancor di più delle sculacciate. Mi vengono in mente i versi di inconcepibile dismisura di Bigongiari: Abbandona quest’eco di giustizia, cedi alla sproporzione.

La vera bellezza è sempre fuori scala.

Due dinamiche: lo yoga e l’overpromising, lo yoga e il misunderstanding. Hai qualcosa da raccontarci a riguardo?

Per rimanere in tema di trasgressioni, nella Shiva Samhita si afferma che chi pratica Yonimudra potrebbe anche uccidere un migliaio di brahmini o distruggere i tre mondi, senza subire l’onta dei propri peccati. L’elenco delle licenze comprende anche rubare, ubriacarsi e dormire con la moglie del guru.

L’iperbole nel descrivere gli effetti delle pratiche yogiche non è quindi un fenomeno nuovo. Particolare ricorrente è l’asceta che turba la tranquillità degli stessi dèi a causa dell’enorme potere conseguito con le proprie austerità: l’ironia nel legame tra accumulo di potere e rinuncia a servirsi del potere passa troppo spesso inosservata.

Oggi però l’iperbole riguarda soprattutto gli effetti salutistici ed estetici dello yoga, e risponde al tentativo di sedere alla tavola del senso comune cercando la validazione del paradigma medico scientifico dominante. O perlomeno una parvenza di tale validazione, visto che i benefici di asana e pranayama elencati a grappoli dai manuali sono privi di qualsiasi evidenza, o di studi indipendenti significativi.

Certo, cercare di provare gli effetti della meditazione o dello yoga (ammesso che si riesca a definire e delimitare il campo in modo netto) ci intrappola di nuovo nei come e nei perché. Piuttosto, mi stupisco di come si possa concepire che allungando una gamba o guardandosi il naso succeda o smetta di succedere chissà cosa. Quando lo yoga ‘funziona’, non è la dimostrazione di una verità ma la sua fallacia.

Ma se prestassimo ascolto alle voci, lo yoga oggi sembrerebbe essere una sorta di lozione contro la caduta dei capelli. Non male per una pratica in cui il simbolismo della testa mozzata aveva una certa rilevanza, a indicare che il vero problema non è il problema ma la pretesa che ne è alla base.

Il blog di Zénon