Glutei e spiritualità

Glutei e spiritualità

In questa evidende trasformabilità degli yoga contemporanei possiamo fare a meno della parola spiritualità senza sentirsi, scivolando ancora una volta nel giochetto del giudizio delle morali, incompleti?

Si’, talvolta facciamo a meno della parola spiritualità. Una scelta, me ne rendo conto, parzialmente fuori dal coro, ma in tutta onestà in linea invece con i cori di coloro che praticano, studiano e insegnano yoga e che si interrogano su quanto oggi, effettivamente, su quel tappetino, vi sia della nozione fluttuante di “spiritualità”.

Ad occhio, quando si nomina spiritualità davanti ad una classe di praticanti, si presuppone frettolosamente, e con prassi universalizzante, o omologante, che una persona abbia uno spirito, sfilandole dalle mani quella piccola libertà che concede ad un individuo di non avere uno spirito, ad esempio, di essere su di una via del tutto intima per cercarlo, o di averlo e di non volerlo condividere durante una lezione su di un tappetino, in cui maggiormente ci si esercita muscolarmente, a livello respiratorio, e di concentrazione.
Se a guidare la classe e’ un/una insegnante di yoga, e non un guru, o una guida spirituale iniziata o con una preparazione ad hoc, oggi, le domande da porsi a riguardo sono molte. Maggiormente nel contemporaneo un/una insegnante yoga ha preparazione fisica in relazione ad asana, esercizi respiratori, dinamiche fisiche di movimento, ha inoltre preparazione storica in relazione alle testualita’ yogiche del passato, sa dunque quale ruolo abbia giocato lo spirituale nella formazione storica di quello che noi oggi ancora chiamiamo yoga, e non dovrebbe avere alcuna difficoltà nel riconoscere le profonde differenze tra cio’ che si studia nei testi del passato e cio’ che pratichiamo oggi.

Solitamente, messa tra parentesi la spiritualità, alcuni si chiedono “E allora, cosa stiamo facendo su questo tappetino anti-grip?

Una piccola cosa importante: ogni qualvolta appoggiamo i nostri piedi su di un territorio antiscivolamento, complice l’invenzione del mat, in cerca di certezze e verità date, perdiamo la nostra capacità di muoverci in territori scivolosi, soli o in compagnia, senza verità certa, veniamo meno della nostra possibilità di essere vorticosi, di sapere stare nelle nostre vritti, come direbbero in sanscrito, di scivolare via da quanto pensiamo di noi stessi, o di quanto il sociale pensa di noi. Ecco perché sui nostri tappetini e leggins ci spalmerei, ad inizio di ogni lezione, vaselina, od olio. Che tra l’altro sarebbe anche un ottimo esercizio per i muscoli posturali.

Si impara a tenere i piedi a terra, a valutare gli indici di buona pratica, trasmessa o ricevuta. Se questa a fine lezione, produce piccoli effetti, sensazioni, segnali di rilascio e sgravo, conquiste di piccole forze, depensamento, volontà di sapere, una piacevole sensazione di leggerezza, sugli arti, schiena, cassa toracica, sul meccanismo sottile della respirazione, il praticante ha il sorriso sulle labbra. E anche l’insegnante. In sintesi, se dopo una lezione ne usciamo contenti, avete praticato una buona pratica e il/la vostro/a insegnate e’ bravo/a.
Provocare o provare contentezza e sollievo è un qualcosa di meraviglioso.

Non vi è, a mio parere, alcun bisogno di mobilitare nozioni quali spirito, spiritualità, lavoro su se stessi, miracoli, basta godere degli eventuali effetti benefici, per lo piu’ a sorpresa, e compredere a fondo come consolidarli senza attaccamento. Lasciando il resto all’intimà del praticante.
Spiritualità, come sessualità, scelte alimentari, ogni forma di credo, sono parte della sfera privata del praticante, e solo questa/o sceglie semmai se condividerli o meno, per bisogno di consiglio o chiarimento con la/il propria/o insegnante. O se non altro credo sia questa la struttura elastica che si e’ creata, modificata, andata formando dagli yoga medievali a agli yoga attuali, intorno a quello che oggi, forse frettolosamente, racchiudiamo nella parola yoga.
Io direi che insegno dinamiche di movimenti corporei e respiratori, che mi hanno insegnato i miei maestri, che continuo a studiare e aggiornare, e rientrano per una serie di elementi in quanto oggi definiamo come asana-based yoga, ovvero le nostre pratiche su tappetino.
Non siamo per niente guide spirituali, e maggiormente non ne abbiamo le competenze, culturali o religiose che siano, se non altro per quanto mi riguarda. Questo tutela noi insegnanti, defininendo nel contemporaneo il nostro ruolo, e i praticanti dal non incontrare sedicenti guru.

Vi sono gerarchie, appiccicate ai nostri tessuti connettivi, che fatichiamo a rilasciare.
Tra queste, quella tra corpo e spirito.
Che poi, corpo e spirito, altro non sono che due nozioni tra le tante, ovvero produzioni culturali, anche 2000 anni fa. Dico che anche 2000 anni fa vi furono esseri umani che si misero a definire, secondo loro e secondo quanto culturalmente e socialmente forniva loro la loro stessa epoca, cosa potesse essere il corpo, tanto quanto lo spirito.
La bellezza di nozioni come corpo o spirito probabilmente sta proprio nella loro infinita, sempiterna variabilità.
In alcune tradizioni cultural-religiose si stabilisce inoltre, reiteratamente, che tra corpo e spirito vi sia, magicamente pre-esistente alle forme di vita biologiche e pensanti, come l’acqua pre-esiste ai dinosauri, una gioco di forze imperituro ed irrazionalmente necessario, tra corpo e spirito. Una lotta.
E che questa lotta, snervante e corrosiva, meriti un nostro costante lavoro di ri-bilanciamento, ri-allineamento, ri-armonizzazione, tra cio’ che si presuppone materia e immaterialità.

Tutte parole abusate nei nostri centri che, come sopra, presuppongono che noi poveri umani, in quanto tali, non siamo altro che fatti per vivere in una gerarchia in cui il capo è lo spirito, il subordinato è il corpo. Tutto il resto non è che faticosa routine mal ricompensata.
Lavoriamo in attesa della retribuzione, pratichiamo in attesa di siddhi, ottenimenti, poteri, liberazioni.
Fortuna sui nostri scaffali vi è sempre un testo di Karl Marx, a fianco all’Hatha Yoga Pradipika, che ci motiva e lascia comprendere con maestria perché mai, nelle pause dai nostri lavori, lavoriamo pure su noi stessi.

E allora, poi, andiamo a fare yoga. Li’ dove, dicono alcuni, lo spirito padrone e il corpo subordinato finalmente si uniscono. Ma non è neppure cosi’, perché quando corpo e spirito finalmente si uniscono nella pratica yoga cio’, ironia della sorte, non avviene per un banale principio di omeostasi, per sfinimento reciproco, o per attrazione o amore, di corpo e spirito intendo, ma l’unione è un vero e proprio lavoro. Si uniscono, ci dicono, ma per unirsi hanno bisogno di prescrizioni, tecniche, indicazioni, un testo antico e dal sapore alchemico. Il quale tra l’altro, nella maggior parte dei casi storici, parla di un corpo maschile tutto intento a domare o risvegliare poteri femminei nel suo stesso corpo.

Abbiamo fior fior di religioni che sostengono di liberare lo spirito dalla gabbia-corpo, non dovrebbe neppure risultarci poi cosi’ lontano Patanjali e il suo astensionismo da questo corpo briccone.
Non mi risulta vi sia, allo stato attuale delle cose, una religione in cui, chesso’, ad esempio, sia lo spirito a ingabbiare il corpo.

Mobilitiamo, in forma di unità anticrisi, un grande pensatore del novecento, Michel Foucault: e se a ingabbiare la nostra idea di corpo, di corpo di carne, calore, muscoli, piacere, fosse proprio la nostra idea di spiritualità, trasparente, trascendente, incorporea, pulita?
Un bel ribaltamento, direi, e un ringraziamento a questo grande filosofo che ha attraversato in lungo e in largo funzioni ed effetti di discipline e dispositivi culturali su noi umani.
Ci piaccia o meno, quando pratichiamo, se pratichiamo su tappetino, e se quel che pratichiamo con i corpi lo chiamiamo yoga, di questa riflessione, dobbiamo prenderne atto.
Cerchiamo dunque delle crepe in cui fare leva, per avere il sorriso sulle labbra, e una piacevole sensazione addosso, allo spirito o al corpo, come preferite, a fine lezione, in ogni caso.

Ho pero’ ben chiara in me una reazione urticante, e surriscaldante, ogni volta che nel contemporaneo una comunicazione su di una pratica yoga prende le forme un poco folkroristiche, e il piu’ delle volte a tal punto certe da smascherare incertezza, del claim pubblicitario che suona come “lo yoga fa bene al corpo, ma soprattutto allo spirito” o anche, nella formula piu’ incalzante ed esclusiva “lo yoga non c’entra nulla con il corpo, lo yoga è una pratica spirituale“.
La comunicazione è subdola e va stanata, soprattutto se lo diciamo con un tappetino antiscivolo tra noi e il mondo, e lo diciamo qui, e non nel 1100 in quell’India lontana che pero’ oggi siamo tutti portati a sentirci in tasca.

Una gerarchia è un complesso di strutture o di persone che compongono una forma regolata secondo il principio della subordinazione dell’inferiore alle autorità superiori.
Tra queste sento, io come voi, ancora attualissima nei centri in cui pratichiamo, una certa subordinazione del corpo allo spirito, qualsiasi cosa esso sia in qualsivoglia tradizione cultural-religiosa.
E tuttora non la capisco, onestamente, pur, ma forse dovrei direi grazie, all’insegnamento dello yoga, non capisco questa subordinazione del corpo all’autorità invisibile e penetrante dello spirito.
Ci dicono, e ce lo dicono spesso “Adesso ci sono tutte queste ragazze muscolose, che fanno acrobazie, guardate cos’e’ diventato lo yoga. Ma qui da noi invece lo yoga e’ un lavoro spirituale, invece.”

Diro’ una cosa alquanto inattuale, me ne rendo conto, e forse relativamente condivisibile: sono grata allo yoga anche perché è grazie a questo che mi sono sbarazzata del bisogno di dire spiritualità, e a dirla tutta, è grazie allo yoga che non so neppure dove inizi e finisca il corpo.

Godiamoci le nostre pratiche, dunque e comunque, e non sentiamoci scemi se siamo portati a conoscere i nostri bicipiti, polmoni, quadricipiti, occhi, intestini, sfinteri, orifizi, orecchie, mani, piedi, sudore, scoprendo che prendendoci cura di parti del corpo che risultano recondite, basse, viscerali, ben lontane dalla nostra nozione di spiritualità, ci sentiamo un poco piu’ leggeri.

Perche’ forse è proprio quanto ci risulta lontano dallo spirito, se proprio lo spirito dobbiamo nominare, che merita la nostra attenzione e cura.

Non stupiamoci, io dico infine, della spiritualità dei glutei.